TRA IMMANENZA E TRASCENDENZA
Testo di Alberto Mattia Martini
“Finora, una volta data una cosa, si inventava un segno per significarla. D’ora in poi, una volta dato un segno, esso sarà veicolabile e quindi un vero segno solo se troverà la propria incarnazione”
In queste poche parole George Mathieu riesce nell’arduo compito di sintetizzare e quindi esprimere un concetto di arte relativo ad un’espressività che vede nel segno, nel colore, nella materia, l’atto creativo che attraversa la forma per poi oltrepassarla e quindi poter accedere alla natura contingente della condizione umana.
Proprio da tale concetto, ci si deve muovere per poter addentrarsi ed anatomizzare la ricerca di Claudio Verganti: il processo creativo che si fa “gesto informale” messo in atto con il segno, il colore, con la materia e sulla materia.
Un’esigenza, quella di abbandonare la forma precostituita, le regole espressive razionali, che è avvertito dal critico George Albert Aurier, quando addirittura alla ne del XIX secolo affermava: “ Dal momento che, nell’arte così concepita, il fine non è più la riproduzione diretta e immediata dell’oggetto, tutti gli elementi del linguaggio pittorico, linee, piani, ombre, luci, colori, diventano, è chiaro, elementi astratti che possono essere combinati, attenuati, accentuati, deformati, a seconda della loro specifica modalità espressiva, per arrivare all’obiettivo finale dell’opera: l’espressione di quell’idea, quel sogno, quel pensiero”. Concetto che si estrinseca pertanto altrettanto chiaramente, anche nelle opere di Verganti, e cioè “non limitarsi” alla rappresentazione del visibile, ma immaginare e pertanto tradurre in visione pittorica l’invisibile, o come asserisce Paul Klee, non riprodurre il visibile, ma rendere visibile ciò che non sempre lo è.
Un invisibile che, dialogando e osservando gli occhi profondi e veritieri di Verganti, diviene appunto visibile e si intuisce che la letizia della vita non è stata sempre compagna fedele, ma in alcuni momenti l’afflizione ha serpeggiato al suo interno, inerpicandosi come un aspide, avvolgendosi, contorcendosi, stritolando, fino ad impossessarsi di ogni parte del corpo ed ogni suo afflato vitale.
Ecco che entra in gioco l’arte, con la sua forza dirompente, che tutto assorbe e trasforma: si, Verganti riesce nell’arduo compito di tramutare in arte il racconto della vita, non con la complicità della figurazione, ma con la semantica del colore, della materia e del segno che “graffia”.
Tutti questi costituenti sopra citati, tuttavia dispongono della facoltà di essere nel reale, istituendosi paradossalmente grazie alla presenza del vuoto, dimora del tutto, che media esattamente con il pieno; un atto che nell’opera di Verganti viene condensato e finalizzato a condurci in una sorta di percorso e rifugio verso quella che potremmo esplicitare come liberazione.
Le opere della nuova produzione di Claudio Verganti, assumono una condizione narrativa espansiva dello spirito pittorico, che trasla la tensione del vivere verso una continua ed equilibrata composizione formale e visiva.
Spesso come si sa le opere d’arte emergono da uno stato di divergenza, contrasto tra il dato reale e quello illusorio, e per poterle fare affiorare e quindi consentire di manifestarsi, l’artista inevitabilmente si deve fare tramite ed esegeta creativo della connessione fra questi due universi. L’arte di Verganti necessita di osservazione, tempo, lasciar riposare l’occhio dopo il coinvolgimento visivo e quindi sedimentare il pensiero, in modo che la ri- flessione prosegua con consapevole e cosciente concezione.
L’impasto del quale si avvale Claudio Verganti, trova nella sabbia la perfetta veridicità materica, che gli consente di imporre la fisicità sferzante del suo segno: una sorta di incisione attraverso l’elemento ancora fresco e piatto, che grazie la graffiatura e dunque cicatrice, si traduce in una metafisica trasposizione dell’esistenza dello stesso artista.
Il quadro, la tela, parafrasando gli artisti dell’action painting, sembra divenire per Verganti, una sorta di arena, dove egli agisce, potremmo dire a tal punto da divenire egli stesso parte del suo creare, concedendosi totalmente all’arte. Nonostante tuttavia tale espressiva corporeità della pittura, intesa come fare senza trattenimento della propria vitalità creativa, le opere di Verganti si manifestano con compiuto equilibrio armonico tra materia e colore, riuscendo a dare struttura ad un dialogo immersivo, dove la pittura liberandosi della forma, evade e supera l’identificabile per accedere al sovrannaturale.
Questa espressività di Verganti possiamo dire che supera il concetto di opera come procedimento di “semplice” rappresentazione e narrazione, per poter esplorare l’irrazionale, in modo da condurre il fruitore in un viaggio senza limiti immaginativi.
Nel caso di queste opere di Verganti, a mio avviso non so se è corretto parlare di arte informale o arte astratta nel senso tradizionale del termine, in quanto essa occupa quello spazio impercettibile, che ci da la possibilità di vedere ciò che solitamente non vediamo, non ne conosciamo l’esistenza concreta, ma di cui ne percepiamo la presenza.
Quando ci approcciamo alle opere di Claudio Verganti, sappiamo certamente che partiamo da un concetto che non vuole ripercorre quello della pura mimesis, trovando come abbiamo detto un equilibrio sostanziale tra i colori e la materia in rapporto con lo spazio, per poi andare anche oltre e veicolare tali costituenti materici in uno stretto rapporto, scontro con il segno, il graffio, quasi a voler esaltare e al contempo negare la pittura e la materia stessa.
In queste opere possiamo non solo vedere ma sentire il tormento che si fa energia, il colore che danza componendo vortici e segni che emanano fascino misterioso, sicuramente lontano da un eloquente racconto, che svela immediatamente tutto di sè : no, questi racconti pittorici, necessitano, di riflessione, tempo, predisporre il proprio animo per un attimo ad separarsi dal tangibile e abbandonarsi all’immaginifico.
Il perimetro, il limite della tela si perde, viene superato: Verganti spazia sia oggettivamente che idealmente oltre le barriere delineate, vuole andare oltre i confini imposti, per provare a sondare territori ancora vergini, inesplorati, consapevole che l’arte, come l’uomo, per sentirsi realmente realizzati, necessitano di sperimentare, osare, cimentandosi in un apparente ignoto.
In questa epoca, dove tutto è concesso e troppo spesso l’estetica viene confusa con la pletora e quindi l’eccesso, dove si sta perdendo il gusto per il bello, Verganti va controcorrente, immaginando e creando uno spazio espressivo, autonomo, indipendente, che guarda si ai maestri del passato, ma che tende a crearsi una propria dimensione comunicativa ed una cifra stilistica orientate all’armonia e alla misura e appunto al bello. Certamente da non confondersi con una finalità puramente estetica: anzi l’intenzione di Verganti, e quella non solo, come accade per tutti gli artisti, del “fare arte”, per comprendere meglio se stessi, ma in questo caso, forse inconsapevolmente, di attenuare in tutti noi, quel senso di smarrimento e disagio che proviamo quando osserviamo e proviamo a relazionarci con “quel mondo la fuori”.
Sicuramente l’uso del colore, il gesto, la materia, l’articolazione del segno, ci annunciano e riferiscono chiaramente come Verganti conosca bene e guardi guardi a grandi maestri del novecento come: Mirò, Fautrier, Dubuffet, Hartung, Tàpies, e quelli italiani come Bendini, Mandelli, Chighine, Birolli, Carmassi e Santomaso.
Tuttavia l’arte di Claudio Verganti a mio avviso non è riconducibile ad un periodo, ad una corrente o ad un unico linguaggio espressivo, ma essa si struttura e configura come un linguaggio indipendente, che accoglie la storia dell’arte, ma tuttavia anche con la capacità di ascoltarsi e accostarsi ad una pittura senza tempo, che cerca di cogliere il segreto del racconto intimo e che non necessità per forza delle parole dette e della figura svelata.
Come afferma infatti Alberto Burri: “ Le parole non servono quando io cerco di parlare della mia pittura. È una presenza irriducibile che rifiuta di essere convertita in qualsiasi altra forma di espressione. É una presenza sia imminente che attiva. Ecco perché esiste: per esistere così come per signifi- care così come per dipingere. La mia pittura è una realtà che è una parte di me stesso, una realtà che non posso significare con altre parole.
Posso soltanto dire questo: dipingere per me è una libertà raggiunta, costantemente consolidata, guardata in modo vigilante per attingerne il potere di dipingere ancora.”
22 Alberto Burri, e New Decade, New York, Museum of Modern Art,1955
“Il segno comanda, nella pittura emotiva di questo artista minimale, che decide di non concederci nemmeno un titolo per orientarci nei meandri del suo lavoro, in equilibrio tra la spontaneità dell’infanzia, la musicalità di Kandinsky e il graffio selvaggio di Cy Twombly.”

