LA PERSEVERANZA DELLA PITTURA

Testo di Matteo Galbiati

Appare quasi consolatorio l’atteggiamento che spinge Claudio Verganti a mettere periodicamente in discussione interi cicli di opere per ri-osservare criticamente i passi compiuti negli ultimi anni, prodigandosi nella fatica di costruire, ad ogni angolo di svolta, una monografia che vuole segnare l’ulteriore punto fermo all’interno dell’indipendenza di una ricerca che, nel tempo, si è sempre più consolidata ed emancipata. È consolatorio, perché con queste pause – tappe che aprono a osservazioni analiticamente più compiute le possibilità critiche per l’ampiezza del materiale riunito e sommato, ben più di quanto una semplice pubblicazione edita in occasione di una mostra possa fare – l’artista consegna un’e- sperienza vissuta nell’intensità delle verità dei suoi principi e della sincerità con cui non smette di essere narratore-inter- prete della Pittura. È consolatorio perché, nel quadro della nostra, spesso deludente e sconcertante, contemporaneità, dà conforto incontrare ancora la figura dell’artista intellettuale, del pensatore libero, la cui estetica visiva diventa espressione di una poetica effettiva e non mai esito di circostanze fortuite, legate al consumo della moda o, peggio ancora, a distorte logiche commerciali.

Non tutti gli artisti, infatti, prescindendo dalla costanza di un rapporto espositivo con le gallerie che li dovrebbero “rappresentare” o dai collezionisti che, da “mecenati”, li dovrebbero sostenere, riescono autonomamente a mettere in discussione se stessi e il proprio operato prendendo doverosa distanza da quanto fatto con il fine ultimo di lasciare decantare la necessità del proprio dipingere, affinché questo abbia modo di mostrarsi in tutta la sua insistenza lirica e nella volontà della sua suggestione.

Verganti dipinge con perseveranza, non fa mancare alla pro- pria mano l’esercizio di una Pittura che ha assunto la forma di una calligrafia riconoscibile, i cui elementi sono parte inscindibile del repertorio lessicale dell’artista e sono proprio questi che, ritornando e ripercorrendo formalismi, incessantemente si confermano opera dopo opera. In questo senso allora, la visione panoramica del suo sguardo, nel corto-medio raggio, aiuta a confermare ipotesi, a diradare dubbi, a consolidare l’affermazione effettiva della sua costante pervicacia che, prima che dovere o obbligo, è piacere e necessità. È naturale predisposizione ad ascoltare il colore, le sue materie e le sue forme, per raggiungere una quiete d’animo, per il bene dei sentimenti e della ragione che, sulla tela, ambiscono a ricollocare il proprio sentire.

Materia

Verganti scava in profondità, non si limita all’apparenza e al dato superficiale, il suo lavoro rimette in discussione, prima di incontrare il sorgivo apparire di forme indefinibili, prova e tentativo di formalizzare – e fermare – le energie dell’incogli- bile, la logica stessa del sensibile. Con la sua ricerca di palesa- re l’emotività dell’animo, da artista ha come strumento alleato il colore che in lui non si verifica mai come semplice super- ficie distesa, mai come “pelle” fluida trattenuta nel contorno delle “cose”, ma diventa un elemento fisico di intensa duttili- tà, con corpo e spessore da modulare. L’eccezione principale, esito degli esempi noti e studiati attraverso molta arte della seconda metà del Novecento che per lui sono modello e fonte inesauribile di ispirazione, è di trattarlo con tutta l’intensità materiale, quasi plastica, delle sue consistenze. Una corpo- reità che lui sottolinea e rimarca contaminando il pigmento e i suoi leganti con altre materie, come le polveri minerali di vario tipo, con arene e catrami, che accrescono e condensa- no un substrato congeniale all’affiorare dei segni, al luminare delle eventualità delle forme.

Verganti sembra saggiare la tattilità del materiale enfatizzandone il carattere, perché capace – ne è prova la sua ricerca maturata da una coerente esperienza che dura da diverse decadi – di annoverare l’emotiva evoluzione dell’apparenza: il peso della sua mano è, ora, il dispositivo più congeniale per modulare quelle necessità narrative che lasciano l’impronta di un eco che permane e risuona nella sua scrittura cromatica. La densità e la consistenza del “materiale” si eleva ad un nuovo e differente parametro di giudizio e valore: l’intraprendenza dello sguardo sa, infatti, definire i contorni di letture diverse rispetto alla ricorrenza dell’abitudine. Il corpo e gli spessori pittorici, messi in campo sul quadro, avvalorano le tensioni che l’artista non riesce a contenere e deve, però, liberare sulla tela.

Gesto

Questa idea di libertà d’azione, rispetto all’intuizione di predisposizioni d’animo, volontà espressive, ricerca dei sentimenti, descrizione di un universo intellegibile, ripor- ta grande rilevanza alla gestualità con cui Verganti compie il miracolo di ogni sua tela: il gesto è il motore generativo dell’opera e, se è pur vero che l’impronta della pennellata è quello che più distingue la riconoscibilità di ogni artista, in lui è e resta momento catartico di affermazione di energie che non si ultimano né si spengono, ma restano attive e vivaci sul supporto. In questo senso risulta rilevante come riesca a ponderare con misura non solo il gesto del pennello con cui ogni pittore deposita il colore nell’ipotesi di diventare immagine, ma si appropria di altre modalità gestuali che non sono convenzionalmente artistiche. Ecco allora che alla sua coreografia segnica ricorrono spatolate, graffiature, incisioni, colature, che sono uno strumento fondamentale per accogliere l’organicità dell’opera compiuta.

La confluenza di questi gesti diversi tra loro, per modalità e per struttura fisica, obbliga il pensiero più istintivo a scorgere l’organicità conclusiva, purché sia poi fatto certo la leggibilità dell’opera, senza che questa, quindi, si perda nell’episodismo nomade. Verganti non abbandona mai ogni gesto al randa- gismo espressivo, anche il più violento e inconsulto di questi ritrova sempre l’esattezza dell’equilibrio a testimoniare un saggio controllo tra il desiderio impulsivo di libertà e la consapevolezza della logica con cui si deve comunque dipingere. Il gesto, attraverso il suo moltiplicarsi, è elemento di sapere assolutamente caratterizzante, che aggiunge credito alla materia stessa e alla sua interrogazione: il gesto la investiga, la carezza, saggia le consistenze e lascia una perdurante traccia del suo passaggio e del suo manifestarsi. Con il gesto Verganti cauterizza gli attributi fisici, fenomenici se si vuole dirla filosoficamente, di tutti quegli impulsi che vengono acquisiti tramite le esperienze e che, attraverso la potente rivelazione dell’estetica, con l’arte si rimandano e restituiscono al mondo nelle modulazioni ritmiche della percezione visiva.

Colore

Questa costante variazione di elementi trova facile risonan- za nel colore, parte ineludibile per ogni pittore, essendo lo strumento basilare con cui si acquisiscono i dati dell’apparire. L’artista ci consegna, grazie a una maturata esperienza di cui già si sono detti i pregi e i meriti, una struttura che, in forma di concetti, di regole non scritte, di ricorrenti modalità attuative, certifica non solo la sua idea estetica, ma fornisce a noi osservatori le regole attive nel complesso della sua grammatica visiva. Il suo colore risente – e risuona nel suo tono caratterizzante – del modo di intendere la Pittura come lin- guaggio che è tramite per una ripercussione in primo luogo fisiologica, poi, più in profondità, estetica e psicologica.

Verganti nell’equilibrio, anche pieno e denso di contrasti,

delle sue composizioni sa pareggiare il suono di ogni cromatismo inventando un repertorio di accordi che rigenerano la partitura del suo profilo poetico-artistico: ogni tonalità è parametro di un intenso e fibrillante rapporto con l’anima più recondita del colore che, da artista, sa accettare nelle sue infinite evoluzioni. Accetta e riconsegna, traducendola, la vivacità pulsiva dei suoi quadri che, sempre lucidamente diversi, dibattono entro l’ambito di un pensiero e una riflessione più che organici. La bellezza del suo fare è proprio in questa distillazione riconoscibile dell’entità cromatica che, fattasi ca- rico dell’emotività altrimenti inesprimibile, nella nobiltà della Pittura sa riconoscere la voce con cui dichiararsi al mondo. Verganti insegue questa tensione eloquente e incisiva con il vigore della sua raffinata primordialità, dando modo all’inespresso di tenere silenti le proprie verità ultime, così da lasciare spazio alla condivisione delle emozioni che, individuali e collettive, sono sempre sorgente di qualcosa, sempre inizio e origine e mai fine conclusiva. Il colore cerca nelle proprie frequenze la possibilità di enunciare l’osservazione dell’artista senza che questa sia una legge dichiarata, una certezza conclamata e, mai imprigionato passivamente in una referenzialità tautologica, sceglie di garantire il dinamismo di quel senso che deriva dalla sua Pittura. Il colore, annidandosi tra gli spessori e il corpo del dipinto, fa sorgere la necessità di emanciparsi dal limite della figura – iconica o aniconica non contano in lui le definizioni delle stagioni artistiche – per il prevalere, nell’opera finita, della temperatura e dell’atmosfera dell’immagine nel suo complesso.

Immagine

In questo senso il tendere ad un’immagine, che rimane in bilico tra l’appartenere alla figurazione oppure cedere i propri contorni a un’astrazione conclamata, è per Verganti una sfida vinta che traghetta l’immagine stessa ben oltre le gerarchie convenzionali che, riduttivamente, schematizzano le ricerche attribuendole all’uno o all’altro campo. Il nostro artista, se è vero che rinuncia in modo inequivocabile a ritrarre e ri- produrre le figure del mondo per quelle che sono, nemmeno accoglie la logica astrattiva nella sua più ferrea normativa. Il suo immaginario si muove in bilico, sospeso tra queste due polarità, e forse ignorandole e trascurandone i codici comunicativi, acquisisce il vantaggio di porsi in un territorio ibri- do, autonomo, che ben controlla e di cui conosce i segreti. L’introspezione che lo guida, il maturare dalle sue esperienze di vita, la capacità di analizzare anche l’esperienza di altri sono componenti che affermano il peso intrinseco e il valore assoluto di questo suo prodigarsi pittorico. La Pittura è rappresentativa della sua complessa essenza, frutto sempre del vissuto reale o immaginifico di ogni uomo e della relazione particolare, densa di incertezze, di sicurezze, di conflitti e rappacificazioni, che intrattiene con il visibile.

Il suo orizzonte, certo nella spazialità infinita, è dimensionalmente aperto, e lo porta a raccogliere l’eredità di ogni quadro intuendo quanto ancora non c’è e che si immagina oltre i con- fini dei suoi bordi. Lo sguardo accoglie l’immagine complessiva e la proietta in una dimensione infinita, imponderabile, di cui la singola tela è un termine transitorio, un fugace canto che non può, né deve e né sa, ripetersi.

Sarà per questa “irripetibilità” della circostanza visiva che le immagini di Verganti sembrano sposare nuove assegnazioni:

contraendosi e dilatandosi si spingono in imprevedibili – ma pure ricorrenti – diramazioni, ritorni, rimandi, presenze e dettagli che concatenano le direzioni prese dai singoli dipinti. Chi guarda questo linguaggio, mai allontanatosi dalla Pittura, deve palpitare di questi imprevisti perché è a questo punto che l’artista mette a fuoco il dovere di restituire l’emozione di ciascuna immagine e del suo intimo e interno, esclusivo e singolare, registro visivo. Qui coglie l’aspetto più emotivo del suo viaggio.

Emozione

Verganti solca le immagini acquisendo la sicurezza del narratore, conscio che la storia che sta raccontando, coincidendo con la vita, non può compiersi se non in un atto unico. In fondo la sua Pittura ci appassiona proprio per questo, per essere un romanzo infinito, mai concluso; una poesia senza la retorica della sua metrica o della sua struttura. Tutto in lui fluisce con la naturalezza della verità della circostanza – logica e ineluttabile – opera dopo opera, dipinto dopo dipinto. Sceglie anche di abbandonare ogni titolo, per trovare, nella sequenza progressiva dei numeri, il dipanarsi delle sue pagine dipinte, il cui contenuto, mai uguale, trova la forza di generare sempre dei sussulti, degli sbalzi sensibili che si placano, per assurdo e paradosso, tenendo inappagato il desiderio di un ordine presunto nella scompostezza del loro segreto sentire.

Sentimenti diversissimi si concretizzano nell’enfasi silenziosa della sua emotività che, riversata nello specchio reale dell’o- pera dipinta, può accogliere, riflessa, l’immagine interiore di chi osserva. L’intuizione di Verganti, motivata dalle (sue) esperienze, qualifica sempre questo deflagare dei sensi dell’u- mano sentire e provare.

Senza estremismi o elitarismi, agisce con un gesto unico che, transitato nel presente, connette il passato al futuro così, in definitiva, quest’azione “antica” della Pittura, le permette di celebrarsi ancora nella piena attualità del suo valore. Può ancora essere elogio e monito, ascesa e ricaduta, oblio e reden- zione, speranza e dolore, conflitto e pace.

Saggia questa sua Pittura, adombra la superficialità della nostra epoca, quella di una società basata su un apparire fragile, e rincuora con la sua decisa affermazione poetica che lascia stabilmente la traccia delle emozioni e, ancora, sa già dare senso e spazio a qualcosa che, in continuo evolvere, può e deve ancora di essere.

“Il segno comanda, nella pittura emotiva di questo artista minimale, che decide di non concederci nemmeno un titolo per orientarci nei meandri del suo lavoro, in equilibrio tra la spontaneità dell’infanzia, la musicalità di Kandinsky e il graffio selvaggio di Cy Twombly.”

ANGELO CRESPI