LA PITTURA DI CLAUDIO VERGANTI, NEL SEGNO DELLA MATERIA
Testo di Claudio Cerritelli
Gli impulsi generatori della pittura di Claudio Verganti sono stati analizzati nel precedente periodo di ricerca (2008-2016) come esplorazione dei valori tattili della materia, lento scavo nei meandri geologici della superficie, affioramento simultaneo di modulazioni segniche e sedimenti cromatici. Della superficie sono state rilevate erosioni e screpolature, incrinature e spiragli che si annidano nelle stratificazioni della materia, addensamenti ibridi e liquide mescolanze che accolgono segni in bilico tra matrici figurali e tensioni astratte. Pigmenti e polveri, sabbia e bitume, umori vegetali e minerali costituiscono il sostrato per le incursioni del gesto, inquieto rivelarsi di tragitti interiori, percorsi del profondo, avvistamenti dell’ignoto che mostrano nuove trame percettive. La fisicità cromatica è costante esperimento che Verganti ha elaborato fin dall’inizio del suo percorso, con la memoria rivolta alle radici del materismo informale, alle vibrazioni del segno in rapporto alla porosità della materia. Materia viscerale, densa di umori stratificati e scabri, sostanza primordiale che accoglie solchi decisi, trafitture sottili, nervature interne, germinazioni informi. Se è vero che i modi dell’Informale (gesto,materia,colore) sono i tramiti attraverso i quali Verganti materializza l’energia psichica del degno, è altrettanto necessario riconoscere il superamento dei vincoli referenziali come naturale scelta per garantire il fluido divenire della visione pittorica. Per quanto si possano citare molteplici artisti di riferimento ideale (da Fautrier a Dubuffet, da Wols a Mathieu, da Tapies a Burri, da Crippa a Chighine ed altri ancora) va osservato che le radici della pittura di Verganti si avvalgono di nutrimenti espressivi filtrati direttamente dalle sue inclinazioni, profondo desiderio di esplorare il rapporto tra la forma e l’informe, tra la consistenza della pasta cromatica e l’affiorare del segno tra spessori assorbenti e discontinui. Si tratta di una visione che, prim’ancora di evocare un vasto orizzonte culturale (Astrazione, Concretismo, Nuclearismo, Espressionismo astratto, Tachisme, Art autre) appartiene alle tensioni interiori di Verganti, almeno da quando ha deciso di dedicarsi alla pittura, facendo i conti con la parte più profonda di sè stesso. Dal punto di vista dei canoni stilistici, il suo tipo di linguaggio può essere collocato all’interno di quella diramata “linea aniconica” che comprene- nel suo complesso articolarsi- il divenire autonomo del segno e nel colore, basilare riferimento per le cosiddette ricerche a-figurali, non figurative, astraenti. Queste definizioni hanno un valore riduttivo nell’ambito del linguaggio critico, spesso condizionato dalla necessità di catalogare, inquadrare, omologare le differenze attraverso una griglia teorica poco disposta a rinunciare ai criteri di valutazione generale, a favore del principio di individuazione dei singoli artisti. Nel caso di Verganti, fare pittura non significa voler essere originale a tutti i costi ma esprimersi con autenticità in un dato momento dell’esistenza, soprattutto considerando che la sua determinazione creativa – al di là della passione per l’arte coltivata fin dall’infanzia – prende avvio in età matura, in modo anomalo rispetto alle consuete biografie d’artista. Il suo debutto nel mondo dell’arte risponde dunque all’esigenza di misurarsi con le dinamiche espressive dell’astrazione, esplorando co passione la possibilità di animare la materia nel vivo delle sue potenzialità immaginative. In tal senso, le ragioni di Verganti si pongono al di fuori dell’ossessiva ricerca del nuovo che contraddistingue il dibattito contemporaneo, sono piuttosto un atto di fede nei confronti del dipingere come interminabile esperienza del guardare e del toccare, del pensare e del fare, complicità della mente e della mano, ideale sintonia tra i tempi creativi e le occorrenze quotidiane della vita, anche nei suoi aspetti più controversi. Tutto nasce e si rigenera attraverso movimenti di aggregazione da cui emergono tracce ricavate dalla stessa sostanza della materia, come se l’artista nonpotesse fare a meno di interrogarne ogni recondito attributoper inventare gli embrioni grafici del suo mondo immaginario, compreso quelli meno decifrabili. Le singole opere (caratterizzate da formati di piccola e media dimensione) confluiscono in un tutto organico dove forme inconsce cromatriche rispondono a un modo di esprimersi privo di precisi riferimenti logici e, proprio per questo, capace di sprigionare sconosciuti trasalimenti spaziali. Il respiro del colore non è mai lo stesso, si espande e nel contempo si rapprende, talvolta si intride di umori magmatici e in altri casi si apre a emanazioni evanescenti, in tal modo ogni immagine aspira a rivelare pensieri nascosti, energie inespresse, captate sul crinale inquieto dell’emozione pittorica. Si tratta di continui spostamenti, oscillazioni tra macchie ombrose, colature improvvise e rapimenti segnici, migrazioni di pensieri che si liberano dalle costrizioni del visibile per avventurarsi oltre i confini della terra. Il calibrato uso dei colori a olio lascia sul fondo sabbioso aloni di luce e contorni disgregati, solo in parte controllabili, del resto il pittore è consapevole che gli effetti casuali sono parte costitutiva del dipingere, infatti le mescolanze tecniche offrono sempre sorprese che si trasformano in successive certezze.
Gravitando tra segni in sospensione
Nel gruppo di opere realizzate dopo il 2017 emergono nuovi orientamenti che, tuttavia, risultano sempre in continuità con il periodo iniziale, la convinzione è che non si possa separare il passato dal presente, in quanto nel corso dei diversi esperimenti v’è un costante travaso di energie cromatiche e sedimenti materici. Verganti non da titoli alle opere ma solo una numerazione progressiva, le considera pagine di un racconto legate al tempo autobiografico, una sequenza di pulsioni tattili che non rimandano ad altro che alla loro sensibile concretezza. Le immagini sono proiezioni intuitive che affiorano dalle pieghe della memoria, tramiti tra l’interno e l’esterno, transiti percettivi impossibili da fissare in stabili processi: essi sono spazi aperti alle interferenze tra l’astratto e l’informe, ma anche sottoposte ad alchimie surreali e a realtà fantasmatiche. Si tratta di far coagulare ogni difformità nella realtà del sentire concreto, in quanto l’evolversi della materia è la dimensione preferita per far fluire i segni sullo schermo del colore, con impronte e macchie, scalfitture e gocce volanti. Mutevoli pregnanze cromatiche caratterizzano l’epidermide generativa dell’immagine, l’artista le filtra e le soppesa da cima a fondo, per ricavare dagli strati materici fantasie corporee di diversa consistenza e peso percettivo. Diversi sono i modi di intervenire sulla superficie, oltre a umori di umori esistenziali assumono importanza elementi di pura sensibilità gestuale, graffiture in cui si deposita il colore ma anche graffiture che si sottraggono al colore. Sulla pelle materica si vedono linee taglienti come sottili sonde per captare il fremere sottocutaneo della superficie sollecitando ciò che sta sottotraccia, per far emergere ciò che non si vede, l’invisibile presente nel grembo del visibile. Tra lo sfondo e il flusso segnico si interpone quasi sempre un’affilate trama geometrica disgiunta dall’azione inquieta del colore, una tessitura di linee incise con millimetrica perizia, segni sottili e calibrati con energia propria, affinchè il ritmo strutturale possa articolarsi in modo autonomo, quasi estraneo al resto. Gli andamenti del reticolo assumono una varietà di connessioni che si modificano da un’opera all’altra, in genere i tragitti lineari sono scanditi ad intervalli regolari, oppure assumono slittamenti trasversali e divergenti. L’ordito di questi tracciati costituisce il piano intermedio tra l’eloquente fisicità del fondo e le movenze del segno, mutevole congiunzione tra la corposità del sostrato materico e le tensioni grafiche che non affiorano mai nello stesso modo. Di conseguenza, il fruitore deve tener d’occhio ogni minimo particolare, ogni fibrillazione interna del colore, ogni differente messa a fuoco dei dettagli, soprattutto le continue alterazioni del registro visivo che regola l’immagine. Nell’equilibrio dei contrasti interviene l’interrelazione tra metodo e casualità, tra controllo razionale e spontaneità d’esecuzione, ambivalenze del pensare e del fare che rimettono sempre in gioco il rapporto tra materia, forma e spazialità. Incontrastabile è il ruolo del segno nel campo delle mutazioni presenti in ogni opera, questa radicalità è alla base di una scrittura essenziale e disseminata senza gerarchie morfologiche, mappa dell’anima in cerca del proprio fondamento. Il segno si insinua nel corpo della materia fissando il trascorrere del tempo con gesti apprensivi, riflessi sensoriali legati al divenire della vita, alle inquiete apparizioni che volta per volta aprono varchi verso miraggi lontani. Il segno non rappresenta la realtà ma è realtà in atto, la sua funzione non è quella di delineare una forma esteriore ma di rivelare i divoramenti della visione interiore, dunque il segno racconta la durata del su stesso fluire, null’altro che il proprio destrutturarsi e ricomporsi: aggregazione, stratificazione, frantumazione, sgretolamento, azioni e reazioni presenti nella stessa immagine. La supremazia del segno si impone con improvvisi scatti, turbamenti del pensiero creativo oltre se stesso, faremmo comunque torto a Verganti se interpretassimo le sue immagini unicamente in chiave irrazionale, in realtà ogni fervore è commisurato alla ricerca di equilibrio che, per quanto instabile, risponde sempre alla volontà di tenere l’immagine in bilico fra opposte tensioni. La sapienza manuale è fatta di istinto e consapevolezza esecutiva, fattori concomitanti nella gestione dell’opera, soprattutto quando il segno è pura energia che si aggroviglia e si dipana esaltando il gesto nel suo immediato scorrimento. Le trasformazioni avvengono in corso d’opera, le forme sono cercate di getto, il loro slancio espansivo è attenuato da colori intermedi, infine esse galleggiano in una luce sospesa, in attesa di altre macchie, altri aloni, altre sfumature. Calibrate colature accompagnano gli intrighi segnici che affiorano quasi senza preavviso, colpi d’artiglio fissano e rafforzano il peso delle incursioni nel corpo delle stratificazioni, tra grumi, addensamenti, dispersioni, fratture. La pittura trasforma ogni contraddizione in un fervore che tutto comprende e nulla esclude, ogni immagine contiene tutte le altre, ogni stato d’animo è collegato agli umori del colore, in ogni segno sta la memoria di tutti i segni, ogni sedimento materico è tramite necessario alla dinamica totale dell’immagine. Per Verganti ogni opera è un incontro con se stesso, urgenza di interrogare le forme dell’inconscio, di dar spazio alle risorse emozionali del colore, alle contaminazioni materiche e ai percorsi penetranti nei meandri della psiche. Per decifrare questi passaggi dal dentro al fuori è importante soppesare le componenti dello spazio, valutare per esempio le zone vuote come parti attive, luoghi in relazione con l’altrove, del resto ciò che sembra a portata di mano è in realtà sempre esposto alla precarietà e all’incertezza. Al di là di queste sensazioni provvisorie ben altro può proliferare tra le diverse tessiture del linguaggio pittorico, ogni tanto appaiono tratti di altra rilevanza, si vedono croci, cerchi, sigilli, imprimiture sparse un po’ dovunque, marchi di diversa provenienza. Qualunque siano le forze in campo, la linea e il colore interagiscono e scambiano le loro diverse energie legate alla pressione della mano, a suo modo di mettere e togliere, stratificare e raschiare, livellare le asperità eccessive, aggregare e alleggerire i nuclei dell’immagine in modo da farla vivere senza impedimenti. Tutto avviene distribuendo le fenditure del gesto dal centro ai margini come istanti dello stesso fluire, qualche cenno misurato di dripping si mescola a schizzi e coaguli, mentre il respiro evanescente del bianco accentua il contrasto con le liquide decantazioni del nero: pittura in sintonia con le sue interne turbolenze.
Movenze e declinazioni del flusso pittorico.
Descrivere le immagini è un esercizio per evitare che il piano teorico prenda il sopravvento, in modo che l’argomentazione sia frutto di ciò che le opere mettono in campo, cogliendo anche solo una parte limitata della totalità. Trovare la chiave di lettura dei segni significa osservare da vicino ciò che l’artista ha cercato sulla soglia di ogni opera, ovviamente al lettore è sempre concesso di interpretare a modo proprio ciò che Verganti sollecita attraverso la sua scrittura allusiva, aperta ai fermenti dell’immagine nel corso del suo farsi. Naturalmente, interpretare significa immaginare di vagare tra frantumi segnici apparentemente non collegati, per accorgersi che ogni elemento fa parte della stessa complessità visiva, ne costituisce l’insieme, seppur disarticolato. Il viaggio dentro le stratigrafie della materia può prendere avvio da un groviglio di tracce bituminose che si disgregano seguendo andamenti ora densi ora filiformi, sospinti dallo spontaneo dilatarsi del nucleo originario che Verganti disvela sulla superficie, in attesa che l’evento pittorico prenda corpo. L’atto creativo si serve di graffi che interferiscono sul campo di osservazione con traiettorie differenti e autonome, mentre minimi tocchi di rosso sono disposti come fuochi percettivi che si insinuano nel contesto compositivo (211/2017). D’altro lato, l’occhio è attratto da una linea mediana tracciata con fermezza a mano libera, un orizzonte sottile che congiunge i margini laterali del supporto come un filo sospeso sugli accadimenti del dipingere: razionalità ed emozione convergono nel medesimo flusso immaginativo (211/2017). Grumi anneriti come neropece collegano l’alto e il basso mentre ritmi lineari sono incisi sul ruvido sentore del vuoto, sfiorato dalle risonanze del vissuto, avvolto da lievi aliti di luce, oppure cosparso di caligine mentre minimi tocchi di rosso segnano sentieri del visibile destinati a svanire (222/218). Ogni opera non risponde ad uno schema preordinato ma trova in sè stessa la ragione del suo procedere oltre gli esiti raggiunti, in sintonia con il desiderio di lasciare traccia provvisoria di se, incarnando ogni volta differenti movenze. In ogni caso c’è sempre qualcosa di inaspettato, situazioni impreviste che bisogna prendere come vengono, per esempio un senso di stupore di fronte a una sgretolata atmosfera di azzurro, o una sensazione pervasa dagli umori indistinti del nero, con zone sbiancate o punteggiate di rosso (212/2017) . Altrettanta sorpresa suscita un’opera che mette in scena un minimo referente iconico, forse ciò che resta di una colonia antica, reperto sospeso nello spazio arcaico, incrostato e quasi calcificato dal trascorrere del tempo (213/2017) . Diversa è la tensione dispersiva dei graffi e l’affiorare informe delle ombre quando è il rosso a dominare con fervore monocromo, lasciando minimi bagliori intorno ai segni, espediente ben calibrato con cui Verganti attenua il contrasto cromatico dell’immagine (216/2018). Altrove, sempre sull’epidermide secca e polverosa del supporto avvengono nuove evoluzioni del segno, dinamismo esagitato dovuto a impulsi divergenti, tracce cruciali che, volta per volta, danno forza all’immagine, anche quando essa è ridotta a minimi elementi, catturati d’un soffio dentro il flusso dell’opera. Seguendo l’ampia gamma di esiti espressivi presenti in un gruppo di opere dello stesso periodo (2017-2021-2018) lo sguardo avverte pressioni ora marcate ora più leggere, diversificate tensioni della mano distribuite da un punto all’altro, con l’ansia di cercare percorsi occulti, radicamente segreti nella sostanza primordiale del suolo e dei suoi stratificati umori. La superficie compatta fa pensare anche all’immagine del muro, all’impatto frontale che l’artista sostiene senza esitazione, concentrato a tracciarvi i segni che si addentrano e riemergono dal fondo, sospinti dal gesto che esplora il suo stesso campo d’azione. La vitalità del segno oscilla tra parvenze di alfabeti sconosciuti, geroglifici e grafemi intraducibili, cumuli informi di nero ancestrale, coaguli di macchie in forma di ectoplasmi, erosioni e asperità del corpo e della mente. Rispetto alle composizioni più pacate e controllabili, si incontrano fluttuazioni curvilinee, ondulazioni che vibrano nel vuoto, incursioni trasversali del segno, stilizzato e ossessivo, come un brivido che tiene in all’allarme lo spazio (222/2018). La propensione per gli andamenti obliqui si sviluppa in diverse opere con traiettorie ambivalenti, spostamenti del segno che si sfrangia mantenendo i punti d’appoggio, sempre ancorato alla sua logica espressiva, anche se talvolta sembra sfuggire di mano confermando che non tutto può essere controllato. Ogni eccesso è comunque ricondotto nel solco del gesto originario, ogni apparente trasgressione è funzionale agli equilibri dell’immagine, per questo è importante non perdere mai di vista la sottile tessiturache agisce tra il fondo cromatico e l’universo segnico, in quanto è la sua articolazione intermittente a rendere più aperto il raggio d’azione della pittura (223 -225 / 2018).
Proiezioni dello sguardo oltre il visibile
Tra le morfologie individuate da Verganti si possono cogliere assestamenti grafici irregolari e insoliti, soprattutto quando si tratta di frammenti tenuti in disparte rispetto al clima dell’immagine, schegge fuggenti, dettagli sparsi, reperti staccati e distanziati dal fulcro delle ramificazioni (226/2018). Il frangersi di linee nel vuoto evoca luoghi disabitati e inermi, dimore dell’assenza e della vacuità, atmosfere stralunate, come avviene in un’opera alquanto insolita dove due minime aggregazioni bituminose occupano gli angoli opposti della tela, frammenti informi di magma in dispersione (231/218). Seguendo questi avvistamenti non va dimenticato il ruolo delle minime tracce di rosso di cui Verganti non sa fare a meno, le inserisce in punti cruciali, infatti basta una goccia a suscitare una differente tensione cromatica, proprio per modificare l’equilibrio dei gesti in gioco (246,247,248,250/219). Ogni tanto il segno diventa un filamento stenografico che si consuma nell’attimo del suo scorrere (249/2019) . Diversamente, l’ossessione calligrafica si fa da parte e lascia sul fondale del visibile minime tracce di sé, attimi di perdizione, parvenze d’ombra che affiorano nella luce indistinta del sostrato materico (254,255/2020). Capita di osservare anche immagini del tutto autonome rispetto alle traiettorie dominanti del segno, opere dove si avvertono inconsueti sussulti, leggere scosse che si insinuano sugli argini inquieti dell’immagine, apparentemente stabili. Una bolla di colore minaccia dall’alto la superficie desertica, si tratta di una grande goccia che si gonfia e preme insistente sullo spazio sottostante, racchiusa da un segno energico e risoluto che ne comprime la densità (256/2020). D’altro lato, una lingua di fuoco penetra nell’oscuro ventre della terra, ne divarica la massa sprigionando scintille e schegge di ogni tipo, bagliore lavico imprigionato nell’oscuro magma della materia (258/2020). D’altro lato, una lingua di fuoco penetra nell’oscuro ventre della terra, ne divarica la massa sprigionando scintille e schegge di ogni tipo, bagliore lavico imprigionato nell’oscuro magma della materia (258/2020). L’ardore tellurico del rosso è riproposto in altro modo in un’immagine visionaria dove dove una grande massa blu crea il necessario contrappeso, mentre un paio di croci fanno capolino all’orizzonte, non si sa a cosa alludano queste cifre che talvolta compaiono negli alfabeti immaginari di Verganti(265/2020). Altrettanto anomale sono le composizioni dove il contrasto bipolare divide la superficie attraverso la tensione verticale della linea, fluida divaricazione dell’immagine, crinale decisivo per garantire l’ambivalenza dell’impatto percettivo, ora lieve e luminoso (266/2020), ora contraddistinto da una più marcata contrapposizione cromatica (285/2021).
È sempre una questione di ritmi disseminati in punti differenti, di equilibri asimmetrici, di rimandi continui tra forme pregne di colore e linee stilizzate e filanti, sospese sulla fitta trama di vibrazioni taglienti, sempre in allerta.
Tra le diverse astrazioni materiche ogni tanto ritorna l’ardore monocromatico del rosso con la sua luce incontrastata, in questo caso macrosegni ben marcati dal nero convivono con zampilli dello stesso pigmento, situazioni interagenti che alludono al rapporto dialettico tra superficie e profondità (291/2021). Le risonanze magnetiche del segno continuano ad aleggiare di opera in opera, senza vincoli cronologici, in quanto le intermittenze tra il pieno e il vuoto si sviluppano tra rimandi al passato e nuove intuizioni della ricerca in atto.
La memoria delle forme elaborate nel corso del tempo accompagna Verganti nel rileggere i procedimenti persistenti della sua ricerca, gli esperimenti portati avanti come fondamenti necessari alle evoluzioni della scrittura pittorica, al massimo grado dei suoi sconfinamenti (251, 253, 255, 257/ 2019-2020).
Contaminazioni tecniche non servono a dotare la pittura di una qualità intoccabile ma sono procedure da verificare continuamente, processi operativi che si modificano in corso d’opera, strumenti per raggiungere quella libertà espressiva necessaria al divenire corporeo del testo pittorico (259-254/2020). Per Verganti si tratta di farlo durare il più a lungo possibile il suo continuo affiorare, in tal senso l’artista esce allo scoperto e ritrova il piacere del colore in sé stesso, in special modo quando accese policromie conferiscono nuova energia ai territori della concretezza (243, 253, 263, 274, 275/ 2019-2021).
Per purificare le contaminazioni entrano in gioco altri esperimenti, trascrizioni cromatiche di ciò che si può vedere socchiudendo gli occhi, spaesamenti percettivi degli equilibri raggiunti, visioni che sfuggono alle coordinate spazio- temporali, bolle di colore tratte da linee in libertà (260-275/2020). Diverse opere dell’ultimo periodo si affidano a morfologie non troppo esagitate, forme silenti di meditazione, effusioni sospese su fondali eterei, paesaggi interiori dove l’astrazione è pervasa da echi lirici ma anche da presagi cosmici. Ogni tragitto del colore-luce fa pensare a sciami di segni e flussi colorati, spazi sfiorati da echi misteriosi, voli nella luce dell’ignoto, risonanze surreali avvolte dalla vastità dell’azzurro, visioni trasognate e metamorfosi cromatiche non semplici da valutare a prima vista (295, 297, 304, 306, 309, 311, 313/2021).
La superficie sembra talvolta un arcipelago di macchie cromosomiche che galleggiano sui reticoli della mente, disponendosi ognuna per conto proprio su livelli diversi, tra bagliori e luminescenze che trasfigurano il sostrato materico come base per proiettarsi verso le porte dell’invisibile (314/2021).
Ancor più, nelle ultime opere il viaggio di Verganti avanza verso latitudini aeree, l’afflato pittorico sembra aver raggiunto una dimensione estatica e sospesa, una consapevolezza di poter dipingere atmosfere che sconfinano verso i punti più profondi del sentire, il cuore e la mente presi insieme (315, 316/2021). La natura espansiva del colore si apre a essenze fantasmatiche, tragitti improvvisi dal vicino al lontano, gorghi di segni che sprigionano altri segni, intermittenze e fremiti di luce, spazi al limite dei confini percettibili, tramiti per intercettare tutto ciò che può assecondare il desiderio di future immaginazioni.
“Il segno comanda, nella pittura emotiva di questo artista minimale, che decide di non concederci nemmeno un titolo per orientarci nei meandri del suo lavoro, in equilibrio tra la spontaneità dell’infanzia, la musicalità di Kandinsky e il graffio selvaggio di Cy Twombly.”

