DUST BOWL

Testo di Chiara Gatti

I graffi fanno male. Lacerano la superficie e penetrano nella carne. Sono sottili come tagli di coltello.
La pittura di Claudio Verganti non si sutura. La pelle dei suoi quadri è attraversata da lunghe falde che si snodano come crepacci nella roccia. C’è qualcosa di biologico o geologico.
Gallerie scavate nella materia, nella sabbia, come arterie per il passaggio di uno sciame minerario o di un liquor cerebrale.
Come scriveva Gillo Dorfles, in un bellissimo testo del 1951 sugli artisti MAC, il Movimento Arte Concreta, pubblicato a corredo di una mostra alla Galleria Bompiani, il modulo grafico, ovvero l’esito astratto, non dimentica mai il suo principio vitale, il suo “progenitore” reale. “Potremmo veder affiorare – sosteneva – la forma ameboide d’una cellula, gli aspetti di strane strutture organiche. Potremmo assistere cioè alla proiezione di archètipi formativi restati a lungo inutilizzati, e che oggi riappaiono, diventando i generatori di nuovi spunti plastici”. In sostanza, la memoria della terra vibra in sottotraccia anche quando il segno sembra viaggiare libero da ogni riferimento figurale.
Non a caso, Claudio Verganti usa pigmenti e polveri, iuta e bitumi; innesti vegetali e minerali con cui impasta paesaggi sospesi in una dimensione trascendente. Verganti ha un sesto senso per i valori espressivi della pasta, che si stratifica sul piano. “Haute pates”, le “paste alte”, le aveva battezzate Tàpies quando-per primo dopo Fautrier-cominciò a mescolare sabbie,colore e leganti sintetici. Il rilievo tridimensionale dava corpo a pensieri sofferti e a messaggi potenti.
Dubuffet sperimentò lo stesso linguaggio, con esiti acri camuffati di falsa allegria. Ma la materia, ferita da squarci, da labirinti del cuore, non è mai allegra. Più si somma, più lievita e più nasconde moti profondi, inquietudini sismiche.
Verganti recupera questa lezione storica, di scuola francese, sposandola a un’esperienza italiana, quella dell’ultimo naturalismo di Arcangeli e Testori. Il famoso “naturalismo di partecipazione”.
La sua formazione si nutre infatti dei classici del dopoguerra, delle esperienze informali di Pompilio Mandelli, Alfredo Chighine o Piero Giunni, tutti sedotti dallo stesso verbo naturalista tradotto nella germinazione pulsante di una pittura di ispirazione selvatica. Nel caso di Verganti tuttavia, l’umidità del suolo, i muschi (morlottiani), il fango, la neve, si sciolgono su territori più aspri, deserti spaccati dall’arsura. Nelle opere degli esordi, i reticoli e le scacchiere di colori stesi a campi compatti,ricordavano gli appezzamenti di una campagna marchigiana, una sorta di trasposizione a colori degli scatti di Giacomelli, Ma il rigore di quelle geometrie aeree ha lasciato presto il posto a una nuova riflessione sulla zolla che si sgretola. L’orizzonte (forse mediterraneo…) abbacinato da un sole rosso, da “diaframmi fantasma” nel mirino degli occhi, è diventato sempre più lontano e velato, avvolto da una foschia, una tempesta di sabbia sollevata da una superficie asciutta, una “dust bowl” (la spaventosa “conca di polvere” delle lande americane), scagliatasi su vaste pianure esposte ad arature violente.
Ma attenzione, la violenza nell’opera di Verganti, non è mai plateale, scorre in sottotraccia agli urti, alle lacerazioni, alle esplosioni della materia. Non c’è l’urlo di Vedova. Non c’è la rabbia di Moreni. E’ una violenza segnica affilatissima, quasi calligrafica, che disegna sentieri neri come tatuaggi sottopelle. Brucia, ma non affonda. Scotta.
Nei lavori recenti, dell’ultimo biennio, quel contrasto fra bianco e nero, luce e ombra affiorato già da tempo, si è acuito, si è graficamente inspessito fino ad evocare macchie tetre come la pece, colature, dripping di terra e magma. Il risultato è un paesaggio esistenziale, il riflesso di un luogo dell’anima che non ha dimenticato le grandi croci nere, le impronte cupe, le “x” marchiate “a fuoco” sulla tela come sigilli(altra citazione colta da Tàpies…), ma le ha sciolte, liquefatte, smaterializzate in una nuova prospettiva sospesa a picco sul canyon, dove la bufera di sabbia avanza e frulla fino a confondere, come in un miraggio, ogni fragile linea di confine.